I camminatori delle piste ciclabili
C'è un fenomeno curioso che accompagna la crescente diffusione delle piste ciclabili: insieme ai ciclisti, sembra essere nata una nuova categoria di utenti.
Non sono escursionisti, non sono podisti, non sono semplicemente persone che passeggiano; potremmo chiamarli con una certa ironia, i “camminatori delle piste ciclabili”.
È una provocazione, naturalmente, ma dietro questa definizione c'è un fenomeno reale che merita qualche riflessione.
Le piste ciclabili sono nate con uno scopo preciso: creare spazi più sicuri e protetti per la mobilità in bicicletta, favorire una mobilità alternativa all'automobile e, soprattutto quando attraversano aree naturali e territori protetti, contribuire allo sviluppo di un turismo sostenibile, ed è difficile negare che abbiano prodotto anche effetti molto positivi.
Hanno permesso a molte persone di riscoprire la bicicletta, hanno collegato paesi e territori, hanno favorito forme di turismo meno impattanti e hanno reso accessibili percorsi che prima erano difficili o pericolosi da percorrere.
Per famiglie, bambini e persone meno allenate rappresentano spesso una possibilità concreta di muoversi in sicurezza.
Il problema nasce quando uno spazio progettato per una determinata funzione viene trasformato, senza alcuna regola e la pista ciclabile diventa una passeggiata collettiva.
Sempre più spesso capita di incontrare sulle piste ciclabili gruppi di persone che camminano occupando l'intera spazio.
Una persona affiancata a un'altra. Poi una terza. Un passeggino. Un bambino che corre avanti e indietro. Un cane al guinzaglio lungo che attraversa continuamente la pista. Oppure, peggio ancora, un cane lasciato libero.
E quando arriva una bicicletta?
Il ciclista dovrebbe semplicemente aspettare.
Aspettare che il gruppo si accorga della sua presenza. Aspettare che qualcuno richiami il cane. Aspettare che il bambino torni sul bordo. Aspettare che le persone, finalmente, si dispongano in modo da permettere il passaggio.
Il paradosso è evidente: abbiamo costruito piste ciclabili per separare le biciclette dal traffico automobilistico e renderle più sicure, ma rischiamo di trasformarle in luoghi nei quali il ciclista deve continuamente difendersi da altri utenti.
Non è una guerra tra ciclisti e pedoni. E non dovrebbe diventarlo e il problema non sono i pedoni.
È importante dirlo chiaramente: il problema non è che le persone camminino….Poi ci sono anche le ciclopedonali con apposite corsie per i pedoni e per i ciclisti.
Camminare è una delle attività più semplici, salutari e democratiche che esistano ed è positivo che sempre più persone escano di casa, passeggino, trascorrano tempo all'aria aperta e utilizzino percorsi immersi nella natura.
Il problema è l'assenza di consapevolezza dello spazio che si sta utilizzando.
Una pista ciclabile non è semplicemente un marciapiede più largo più o meno immerso nel verde.
È uno spazio nel quale possono transitare mezzi relativamente veloci e silenziosi.
Una bicicletta che arriva alle spalle di un gruppo di persone può essere percepita troppo tardi.
Un bambino può spostarsi improvvisamente. Un cane può cambiare direzione in un istante. Un passeggino può occupare una parte significativa della carreggiata.
E il ciclista, per quanto prudente, può trovarsi improvvisamente davanti a un ostacolo.
Non serve essere imprudenti per avere un incidente. A volte è sufficiente che nessuno abbia considerato la presenza dell'altro.
C'è poi un aspetto più generale che riguarda il nostro modo di vivere gli spazi pubblici.
Sembra esserci una crescente convinzione secondo cui ciò che è pubblico sia automaticamente disponibile a ciascuno secondo le proprie esigenze.
La pista ciclabile diventa allora, di volta in volta:
- percorso per andare in bicicletta;
- luogo per correre;
- passeggiata per famiglie;
- area per portare il cane;
- spazio per far giocare i bambini;
- luogo per chiacchierare con gli amici;
- percorso turistico;
- qualche volta persino una sorta di piazza all'aperto.
Tutte queste attività possono essere legittime e piacevoli. Ma la convivenza non può significare che ciascuno utilizzi lo spazio come se fosse esclusivamente suo.
La libertà di utilizzare un luogo pubblico porta con sé una responsabilità: quella di non impedire agli altri di utilizzarlo secondo la sua funzione.
C'è poi una contraddizione interessante.
Le piste ciclabili vengono spesso realizzate proprio per valorizzare il territorio, favorire il turismo e permettere alle persone di vivere la natura in maniera più sostenibile.
Ma se il successo di queste infrastrutture porta alla loro trasformazione in luoghi sovraffollati, dove nessuno conosce più le regole di comportamento e dove le diverse categorie di utenti si ostacolano continuamente, rischiamo di ottenere l'effetto opposto.
Chi va in bicicletta dovrebbe poter pedalare senza sentirsi costantemente in pericolo.
Chi cammina dovrebbe poter passeggiare senza sentirsi aggredito da biciclette che sfrecciano a pochi centimetri.
Una famiglia dovrebbe poter portare i bambini all'aria aperta, ma anche insegnare loro che uno spazio condiviso richiede attenzione.
E lo stesso vale per chi porta un cane.
Un guinzaglio molto lungo può essere comodo per l'animale, ma può diventare un vero e proprio ostacolo invisibile per chi arriva in bicicletta.
Un cane libero può essere ancora più imprevedibile.
Non è questione di essere contro i cani, contro i bambini o contro le famiglie.
È questione di non dimenticare che esistono anche gli altri; servono regole ma sopratutto educazione… Attenzione verso il prossimo. Cosa che sembra si sia completamente persa in ogni contesto.
Naturalmente qualcuno potrebbe obiettare che bastano dei cartelli. Forse. Ma i cartelli da soli non risolvono un problema culturale.
Occorre recuperare un principio molto semplice: quando condividiamo uno spazio, dobbiamo essere consapevoli della presenza degli altri.
Non basta sapere di avere diritto a stare su una pista. Bisogna anche sapere come starci.
Camminare sul margine quando possibile.
Evitare di occupare tutta la carreggiata.
Tenere sotto controllo i bambini.
Gestire il cane in maniera compatibile con la presenza degli altri utenti.
Liberare il passaggio quando arriva una bicicletta.
E, dall'altra parte, anche il ciclista deve fare la propria parte: moderare la velocità, segnalare la propria presenza, rispettare chi cammina e comprendere che una pista ciclabile non è un circuito da gara.
Il rispetto deve funzionare in entrambe le direzioni.
Il fenomeno pone anche una domanda agli amministratori.
Quando si costruisce una pista ciclabile, bisogna chiedersi come verrà realmente utilizzata.
Se quella pista attraversa un parco, costeggia un fiume, passa davanti a un'area ricreativa o collega luoghi turistici, è prevedibile che venga utilizzata anche dai pedoni.
E allora forse non basta tracciare una striscia sull'asfalto e chiamarla pista ciclabile.
Forse occorre progettare spazi condivisi realmente funzionali, oppure prevedere percorsi distinti per biciclette e pedoni dove l'afflusso lo renda necessario.
Perché progettare uno spazio senza considerare il comportamento reale delle persone significa, spesso, progettare anche un problema.
Alla fine, forse, la questione delle piste ciclabili è soltanto una piccola fotografia di un problema molto più grande.
Viviamo sempre più spesso insieme, ma siamo sempre meno abituati a considerare chi ci sta accanto.
In automobile pretendiamo che gli altri rispettino il nostro spazio.
In bicicletta pretendiamo che i pedoni si spostino.
A piedi pretendiamo che le biciclette rallentino.
Con il cane pretendiamo di poterlo lasciare libero.
Con i bambini pretendiamo di poterli lasciare giocare.
E tutti abbiamo, almeno in parte, una ragione.
Ma una società civile non si costruisce stabilendo chi ha più diritto degli altri.
Si costruisce imparando a comprendere che il proprio diritto termina, o almeno deve essere modulato, quando comincia a mettere in difficoltà o in pericolo quello degli altri.
Forse, quindi, non abbiamo davvero bisogno di una guerra tra ciclisti e “camminatori delle piste ciclabili”.
Abbiamo bisogno di qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più difficile:
imparare nuovamente a condividere uno spazio.
Perché una pista ciclabile può essere una straordinaria infrastruttura per il turismo, per lo sport, per la mobilità sostenibile e per il rapporto con la natura.
Ma nessuna infrastruttura, per quanto bella e costosa, può funzionare se chi la utilizza dimentica una regola fondamentale: non siamo soli.


